Il punto sulla crisi – 91 / Stress test BCE: “passata è la tempesta, odo augelli far festa…” (G. Leopardi)

Pubblicato su: www.teleborsa.it

Direi che il temuto “comprehensive assessment” appena effettuato dalla BCE su circa 130 banche europee si sia concluso, almeno per le 13 italiane, con un risultato più che apprezzabile. E questo perché veniamo da un crollo del PIL decisamente superiore agli altri Paesi, perché le nostre banche sono state penalizzate durante “gli esami” dalla massiccia presenza di titoli del debito pubblico, perché, salvo i Monti bond, i nostri Istituti (contrariamente a molte banche europee) non hanno goduto di elargizioni pubbliche. E anche perché le uniche nostre banche che hanno registrato un deficit patrimoniale da coprire, Montepaschi e Carige, hanno evidenziato di essere in “affanno” non in situazioni normali, ma solamente sotto sforzo (stress test). Ossia in uno scenario apocalittico, ed assai poco probabile, caratterizzato da BTP a 10 anni al 6%, e da una contrazione cumulata del PIL del 7,6% in tre anni.

A questo punto, archiviato “l’esame di maturità”, dobbiamo tornare immediatamente ad occuparci delle piccole medie imprese per cercare di capire quale è quel fattore che continua ad impedire alle banche, come visto complessivamente solide, di sostenere le nostre aziende in serissima difficoltà. Considerando che, grazie al programma di interventi della BCE (TLTRO), il problema non è più la liquidità, risulta chiaro che bisogna cercare altrove.

E, infatti, il vero problema che ha generato un circolo vizioso tra banche ed imprese è costituito dall’enorme massa di credito deteriorato che si è cumulato, in 7 anni di crisi, nella “pancia” dei nostri istituti. Più in particolare si tratta di ben 300 mld di crediti difficilmente esigibili (di cui 172 mld di sofferenze lorde) che assorbono patrimonio e generano pesanti accantonamenti, drenando così preziose risorse altrimenti destinabili alle aziende.

Due considerazioni a proposito di questo ingombrante fardello. La prima è che la problematica sin qui descritta è particolarmente grave nel nostro Paese. Infatti, gli istituti italiani hanno da sempre sostenuto il tessuto industriale molto più delle banche anglosassoni notoriamente più amanti della finanza. E’ evidente che quando questo supporto si è ridotto a causa del mix esplosivo composto da massa di credito deteriorato e nuove regole di vigilanza (accordi di Basilea, Asset Quality Review e vigilanza in capo alla BCE ), le nostre aziende hanno sofferto molto di più dei loro competitor europei.

La seconda è che, fino ad oggi, ben poco si è fatto per risolvere strutturalmente il problema del credito deteriorato cumulato, nella vana speranza che lo stesso, non più alimentato, sarebbe evaporato grazie al miglioramento della situazione economica generale. Ma poiché è ormai chiaro che l’uscita dalla crisi, come evidenziato da tutti gli indicatori macro, non è affatto dietro l’angolo, diventa indifferibile eliminare questa zavorra per consentire alle nostre banche di tornare a sostenere le nostre imprese.

E allora, forse, il progetto di una Bad Bank pubblica, più volte prospettato ed altrettante volte archiviato, deve essere nuovamente tirato fuori dal cassetto ed esaminato con grande attenzione. Anche perché oggi questo progetto evidenzia alcuni punti di forza che prima non aveva. Il primo è che l’attento esame della BCE ha ragionevolmente certificato il vero ammontare e la reale qualità del credito deteriorato presente negli asset delle banche limitando così l’area dell’incertezza. Il secondo è che la vigilanza, affidata ora congiuntamente alla BCE ed alle banche centrali, dovrebbe essere concretamente in grado di impedire che il fardello di credito deteriorato, finalmente uscito dai bilanci della banche, si rigeneri a causa di nuove operazioni di dubbia natura.

E allora, forse, più che di una Bad Bank, dovremmo parlare di una “Opportunity bank” visto che si tratta, forse, dell’unica soluzione in grado di dare una nuova opportunità alle nostre aziende ormai stremate.

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