Il punto sulla crisi – 120 / Ma gli strumenti non convenzionali della BCE sono stati proprio inutili e dannosi?

Pubblicato su: www.teleborsa.it

Basta aprire un qualsiasi quotidiano anche non specificamente economico per rendersi subito conto di come la politica monetaria attuata dalla BCE di Mario Draghi continui ad essere nell’occhio del ciclone. Ad esempio, di recente, il numero uno di Deutsche BankJohn Cryan, ha nuovamente attaccato la politica di tassi bassi della BCE ritenendola colpevole di avere generato turbolenze nei mercati e, soprattutto, di aver massacrato la redditività delle banche tedesche in calo del 25% rispetto al dato ante crisi.

A questo punto, approfittando anche della tregua concessa dai tedeschi troppo occupati a formare una nuova coalizione di governo, è forse utile provare a rispondere ad alcune domande connesse alle politiche monetarie sin qui attuate della Banca Centrale. Anche perché è facile prevedere, a breve, una recrudescenza degli attacchi sotto la spinta delle consistenti forze della destra estrema appena entrate al Bundestag.

Prima domanda: quali sono stati gli interventi straordinari attuati dalla BCE?

Avendo compreso forse per primo la profondità dell’attuale crisi, la BCE a guida Draghi ha ottenuto il consenso politico a livello europeo per attivare misure monetarie mai utilizzate prima in Europa. In quest’ottica, la BCE ha innanzitutto concesso dal 2012 alle banche di attingere a linee di finanziamento a medio lungo termine denominate LTRO e TLTRO (targeted long term refinancing operation). Più in particolare, i punti di forza di queste linee di credito erano essenzialmente tre:

  1. gli importi pressoché illimitati a disposizione delle banche;
  2. tassi particolarmente contenuti;
  3. la durata degli interventi fissata, per la prima volta, in tre/ quattro anni.

Lo scopo perseguito da Mario Draghi attraverso questi strumenti era quello di far affluire alle imprese, attraverso il canale bancario, notevoli risorse finanziarie a costo contenuto così da stimolare ricerca, investimenti ed occupazione. Da evidenziare che, data la lunga durata delle linee di credito descritte, le aziende hanno potuto finanziare anche programmi di investimento di ampio respiro.

Ma il principale intervento non convenzionale attivato dalla BCE è stato il Quantitative Easing (QE). In estrema sintesi con questo strumento la Banca Centrale Europea, muovendosi sulla scia di quanto già fatto dalle altre banche centrali autonome, ha ottenuto nel 2015 l’autorizzazione ad acquistare, prevalentemente dalle banche, titoli pubblici ed obbligazioni emesse sia da istituzioni pubbliche che da aziende corporate (EniPosteEnel etc). In questa maniera la BCE, in contropartita dell’acquisto dei citati titoli, ha iniettato sui mercati abbondante liquidità nel tentativo di rimettere in moto il volano arrugginito dell’economia.

Seconda domanda: ma questi interventi non convenzionali, ed in particolare il QE, ci hanno aiutato davvero nel percorso, ancora incompiuto, di uscire dalla crisi?

L’obiettivo dichiarato della BCE era quello di raggiungere, grazie agli interventi straordinari citati, un livello di inflazione nell’Eurozona intorno al 2%, target ritenuto compatibile con una crescita consolidata dell’economia. Data la complessità della crisi (la Yellen ha di recente confessato che la FED non riesce appieno a comprendere la variabili che agiscono sull’inflazione) l’obiettivo non è stato ancora raggiunto. Infatti, al momento l’inflazione nell’Eurozona si muove attorno all’1,5%. Ciò premesso, sicuramente i descritti interventi della BCE hanno contribuito a rivitalizzare l’economia in generale ed il tessuto imprenditoriale in particolare. Concentrandoci sul QE, questo ha esplicato i suoi effetti positivi sia a livello di Stato che di tessuto imprenditoriale.

Più in particolare, a livello di singolo Stato, l’intervento della BCE come importante acquirente di titoli pubblici ha generato una forte pressione sulla domanda dei titoli stessi causando un aumento dei prezzi ed un abbassamento della curva degli interessi sulle successive emissioni. Di conseguenza lo Stato, specie se indebitato come l’Italia, ha visto ridursi la spesa corrente per interessi ed aumentare, parallelamente, i fondi disponibili per il sostegno delle imprese. A livello di rapporto banca-impresa, le banche, grazie agli acquisti della BCE, sono divenute più liquide e, in presenza di impieghi finanziari resi poco remunerativi o addirittura negativi (gli interventi della BCE comprimono la curva dei tassi) hanno incrementato gli impieghi verso il mondo imprenditoriale. Di conseguenza le aziende hanno goduto di liquidità a medio termine ad ottimi tassi destinabile al finanziamento degli investimenti.

Terza domanda: è giunta l’ora, come vorrebbero i tedeschi, di chiudere rapidamente la stagione del QE?

Tutti gli stimoli monetari, per loro natura, sono di breve periodo. Quindi sono in grado di dare una brusca accelerazione iniziale all’economia, ma devono poi lasciare il passo alle riforme strutturali dei governi. Anche perché, se si protraggono troppo a lungo, tendono a generare danni collaterali anche di notevole portata. Ad esempio, tassi di interesse tenuti artificialmente bassi per troppo tempo, nell’immediato danno una forte spinta alle imprese, ma, nel lungo periodo, danneggiano gravemente i conti economici delle banche impedendo a queste ultime di supportare al meglio il settore produttivo.

Di conseguenza, in presenza di alcuni segnali positivi di ripresa, ha un senso iniziare ad esaminare una “way out” dal QE. A due condizioni però: la prima è che questa ripresa si estenda in maniera sufficientemente omogenea nei diversi Paesi dell’Eurozona. Altrimenti, la inevitabile pressione sui tassi di interesse e sul cambio Euro / Dollaro porterebbe ad una pericolosa divaricazione tra i Paesi ancora bisognosi di misure espansive rispetto a quelli già in ripresa conclamata. La seconda condizione è che l’abbandono del Quatitative Easing, al contrario di quanto auspicato da alcuni schieramenti politici tedeschi, avvenga in maniera estremamente graduale ed equilibrata. Di tutto abbiamo bisogno meno che di un “effetto rebound” in grado di stoppare sul nascere una ripresa ancora decisamente fragile.

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