Il punto sulla crisi – 112 / Casa Italia, ancora uno scenario economico in chiaroscuro

Pubblicato su: www.teleborsa.it

Esaminando i nostri dati economici pubblicati a Novembre, quello che appare è sostanzialmente un quadro ancora dipinto in chiaroscuro. In effetti i motivi di preoccupazione non mancano, tuttavia qualche aspetto confortante sembra anche emergere. Ciò premesso, il primo di questi motivi riguarda il dato sulla deflazione. Infatti l’Istat ci avverte che ad Ottobre i prezzi al consumo, dopo una breve parentesi, sono tornati in territorio negativo segnando un -0,1% rispetto al mese precedente ed un –0,2% su base annua. Questo dato appare preoccupante almeno per due ordini di ragioni.

La prima è che ci indica con chiarezza come il volano della nostra economia non ne voglia sapere di rimettersi in moto. Con l’aggravante che la spirale deflazionistica non è tanto alimentata da un calo dei prezzi energetici, quanto, piuttosto, da una riduzione dei prezzi sul “carrello della spesa” che comprende i beni alimentari e quelli relativi alla cura della casa e della persona. Dunque si tratta di una “deflazione cattiva” ossia determinata da una contrazione dei consumi interni che, è bene ricordarlo, in Italia contribuiscono per l’80% alla formazione del nostro PIL.

La seconda ragione di preoccupazione deriva dal fatto che, anche a livello europeo, le cose non vanno molto meglio. Infatti, l’ultimo dato relativo all’inflazione dell’Eurozona ha evidenziato un modesto incremento dei prezzi dello 0,5%, ancora assolutamente incompatibile con il target del 2% ritenuto dalla BCE compatibile con una sana crescita. Il che vuol dire, banalmente, che l’economia europea continua a ristagnare nonostante i ripetuti interventi monetari della BCE. Quest’ultima, infatti, attraverso il programma denominato “Quantitative Easing”, sta inondando il mercato di liquidità a basso costo nel tentativo di stimolare i flussi creditizi verso le imprese e, quindi, gli investimenti produttivi delle aziende.

Anche le previsioni di crescita del nostro Paese non appaiono particolarmente confortanti. A Novembre la Commissione Europea ha ribassato le stime di crescita del nostro PIL per il 2017 dal precedente 1,3% allo 0,9%, in linea con le previsioni dell’OCSE e del Fondo Monetario. In contemporanea, anche Standard & Poor’s, pur confermando all’Italia il rating BBB-, ha abbassato le stime di crescita dell’Italia relative al 2017 dall’1,3% allo 0,8%. Le principali cause di questo rallentamento della crescita vengono individuate, da ambedue i soggetti, nella fragilità della domanda interna e nei nodi strutturali italiani che erodono progressivamente la nostra competitività.

A questo proposito l’Ufficio Studi di Confindustria ha di recente sottolineato come, a fronte di un costo del lavoro cresciuto del 25% nel periodo 2007-2015, la produttività sia cresciuta solo del 10%. Parallelamente, secondo l’ISTAT, la nostra produttività del lavoro nel periodo 1995-2015 è aumentata solo dello 0,3% mentre quella della Germania, Francia e GB è cresciuta dell’1,5%. Senza contare che questi nostri limiti strutturali rendono la nostra crescita più vulnerabile all’incertezza derivante da specifici shock esogeni ed endogeni quali, ad esempio, la Brexit, l’elezione di Donald Primo, nonché il nostro Referendum sulle riforme costituzionali trasformato in referendum sul Governo.

In questo scenario piuttosto sconfortante, l’unica nota positiva viene dalle stime preliminari dell’ISTAT che hanno attestato una crescita del nostro PIL nel terzo trimestre del 2016 dello 0,3% rispetto al trimestre precedente. Grazie a questo dato, considerando il +0,4% del primo trimestre e la calma piatta del secondo, la crescita al momento acquisita è dello 0,8%, piuttosto asfittica ma almeno in linea con le previsioni del Governo. Ipotizzando un quarto trimestre in lieve espansione (+0,1%?) si potrebbe anche chiudere un tormentato 2016 con una crescita del PIL dello 0,9%. Ancora ben al di sotto della crescita media della zona Euro (+1,6%) e di quella registrata dai nostri partners europei (Spagna + 3,2%), ma, di questi tempi, bisogna sapersi anche accontentare!

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